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Sono dei contratti, conclusi tra compratori e venditori di merci o servizi, in base ai quali, ad una ben precisa data futura, si pagherà per un determinato prodotto non già il prezzo corrente, ma quello stabilito alla data della stipula del contratto. Nel linguaggio del gioco d’azzardo, si chiamerebbero puntate al buio, mentre in quello dell’economia e delle analisi di mercato, previsioni statisticamente attendibili. E’ evidente che, una volta arrivata la data fissata, se il valore di mercato del prodotto sarà salito nei confronti di quello segnato sul contratto, il compratore avrà guadagnato, se invece sarà sceso allora a guadagnare sarà stato il venditore. Le cose però si complicano se questi vengono essi stessi messi in vendita sul mercato borsistico: se all’avvicinarsi della data prevista sul contratto, il prezzo fissato, in base alle proiezioni sull’andamento del prezzo di mercato di quello specifico prodotto, apparirà vantaggioso, allora quel ha spostato il concetto base di commercio, dal valore reale dell’oggetto della contrattazione (sia un esso una casa, un prodotto della terra, un oggetto lavorato e persino un’idea), al valore della previsione della sua fluttuazione sul mercato e successivamente ancora alla fluttuazione del stima della stessa previsione. L’iniziale rapporto tra il valore di un prodotto ed il suo prezzo ed il mondo dell’economia di scambio costruito intorno ad esso (pensiamo, ad esempio, al commercio della seta, che nei secoli passati ha creato intere rotte commerciali ed una serie di economie parallele, cambiando confini geografici, abitudini e facendo persino crollare imperi) diventa in questo modo sempre più virtuale.

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Alla fine, però, se chi deve comprare e pagare non lo fa, perché è fallito o altro, tutto questo diventa solo carta straccia. Ovviamente, qualcuno potrà osservare come la contrattazione dei future, così come di tutti i prodotti finanziari, sia strettamente regolamentata da norme governative ben precise, così come l’attendibilità dei compratori e dei venditori, sia sempre garantita e controllata da organi preposti, ma questi sono spessi privati o comunque gestiti da soggetti privati e quindi vulnerabili, ricattabili e soggetti all’andamento del mercato, come le agenzie di rating, ovvero coloro che determinano la credibilità delle operazioni e che danno dei punteggi alla solidità sia degli operatori finanziari sia dei loro prodotti. Quindi, alla fine, resta il dubbio che si poneva l’autore satirico Giovenale nel primo secolo dopo Cristo, ovvero “), scritta nel 1983 dalla coppia Timothy Harris e Herschel Weingrod e diretta da John Landis. Il mondo dell’economia, in questo caso, fa solo da sfondo alla vicenda o se vogliamo è il pretesto per la manipolazione che i due scrittori hanno fatto di un testo precedente: la storia è infatti apparentemente giocata sull’archetipo creato nel 1881 da Mark Twain con il suo romanzo “), ma in realtà scopriamo subito che ne è un’interessante e diabolica evoluzione.

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Nel libro del celeberrimo romanziere statunitense, infatti, attraverso lo stratagemma narrativo dello scambio consenziente di ruolo tra due bambini, provenienti da stili ed ambienti di vita opposti (il primo era il figlio del re ed erede al trono, mentre il secondo era figlio di un delinquente di strada dalla vita miserrima), si proponeva una morale netta e senza ambiguità, secondo la quale l’ambiente circostante e la famiglia d’origine di un bambino determinano sempre la qualità del suo futuro lavorativo e del suo ruolo nella società; nel film anni ’80, invece, i due sceneggiatori creano un accomodante compromesso tra teorie ambientaliste (come quella di Twain) e genetiste (secondo le quali la predisposizione al successo è predeterminata geneticamente e come tale supera anche i limiti ambientali), creando un plot in cui, dopo lo scambio tra il mendicante di strada ed imbroglione Billie Ray Valentine (interpretato da Eddie Murphy) ed il ricco rampollo della Philadelphia classista ed istruita Louis Winthorpe III (interpretato da Dan Aykroyd), entrambi avranno comunque successo, il primo utilizzando al meglio le opportunità offertegli dal nuovo ambiente sociale ed il secondo usando le sue capacità innate ed il suo ingegno per risalire la china. La pellicola di John Landis, però, esemplare campione di quel decennio di storia americana, va oltre e finisce per affermare che comunque, anche in un mondo fatto di squali come quello della finanza di Wall Street, la perseveranza, il duro lavoro e l’arguzia riescono sempre a portare al trionfo anche chi parte da posizioni svantaggiate: viene ossia glorificato il falso mito della terra delle opportunità, in cui non importa da che posizione si parta giacché per magia o giustizia divina, chiunque può avere successo, a patto di impegnarsi moltissimo e sacrificare tutto quello a cui riesce a rinunciare (affetti, famiglia, tempo libero, etc.). Il mondo della finanza è di per sé calvinisticamente assolto, quindi, da ogni peccato, come una pistola che non ha colpa di chi uccide o un qualsiasi strumento impersonale, perché una sana ed aggressiva competitività viene servita come giusta ed accettabile dalla società americana, soprattutto se si viene anche tranquillizzati sul fatto che i cattivi, quelli che potrebbero alterare le sacre regole del gioco, vanno sempre in galera. Fermiamoci, però, un attimo sulla scena finale del film, quando i due eroi della vicenda mettono in scacco i due principi della borsa di Wall Street, Mortimer e Randolph Duke (ruoli che vedono due maestri di cinema, quali Don Ameche e Ralph Bellamy, duettare in modo superbo), usando contro di essi le loro stessi armi, ovvero l’inganno e le speculazioni sul valore dei future (in questo caso con oggetto il succo di arancia surgelato). La scena, come per altro tutto il resto della pellicola, risulta assai efficace solo ed esclusivamente grazie alla straordinaria bravura degli interpreti, nonché per l’impeccabile messa in scena del suo iconoclasta e goliardico regista (il ritmo delle cui pellicole era in quegli anni davvero magico, basti pensare ad una delle pellicole più belle di tutti i tempi, quale ““), mentre sul versante dello script, dobbiamo lamentare una certa farraginosità ed una fastidiosa approssimazione, che hanno reso di fatto quasi incomprensibile, per la maggior parte del pubblico, la reale sequenza degli accadimenti: gli spettatori, ossia, intuiscono che gli eroi positivi della storia hanno vinto e che lo hanno fatto imbrogliando gli stessi imbroglioni, facendo loro acquistare qualcosa che pensavano avesse molto valore quando invece non ne aveva affatto, ma tutto il meccanismo di scambio successivo dei tra gli operatori di borsa ed il finale acquisto al ribasso, che determinerà il fallimento dei Duke e contemporaneamente il successo economico dei due eroi, è stato accolto invero con un atto di fede, come si fa di fronte ad un astronomo che ci parla delle eruzioni solari o ad un fisico entusiasta per aver scoperto la prova dell’esistenza del bosone di Higgs.

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Una mezza verità è la menzogna più diabolica, recita un vecchio adagio popolare ed Hollywood, da sempre, è bravissima nel propagandare messaggi pseudo-liberisti, per poi fermarsi qualche metro prima delle stanze del vero potere. Nel 1987, Hollywood affida ad uno dei suoi uomini di cinema più radicali ed apertamente contestatori della compagine politica capitalista, un film leggendario, in cui la volontà di denuncia del sistema di corruzione insito nel mondo dell’alta finanza di Wall Street sfumava progressivamente dentro l’epico disegno narrativo di un vero anti-eroe, un titano dell’illegalità dei colletti bianchi, un personaggio di fantasia che divenne per tutti l’archetipo stesso del finanziere senza scrupoli, così ben disegnato da diventare persino, in quel disgraziato periodo di yuppies drogati di denaro facile, un modello da imitare ed a cui ispirarsi, ovvero il ”, diretto da Oliver Stone e scritto a due mani dallo stesso regista, insieme al suo sodale amico di penna Stanley Weiser. Preciso, a scanso di equivoci, che dal punto di vista cinematografico ed artistico, considero l’opera di Stone assolutamente impeccabile, con un ritmo perfetto ed un’interpretazione davvero titanica di Michael Douglas nei panni di Gekko, che qui firma probabilmente la sua più grande prova recitativa; tuttavia, proprio tale grandiosa potenza evocativa ha permesso ancora una volta di spostare il focus degli spettatori lontano dal sistema e concentrarlo sull’individuo, l’unico vero colpevole, il grande villain, che alla fine della storia, viene arrestato dall’integerrima e scrupolosa FBI, decretando la fine del suo dominio ed il crollo del suo impero, come già era avvenuto nel film di Reitman con i due fratelli Duke. Il demonio aveva forse perso uno dei suoi generali, ma di certo aveva salvato l’esercito. Oliver Stone aveva in qualche modo suonato un campanello d’allarme sui pericoli e la fallacia del sistema economico e finanziario statunitense e per estensione occidentale ed europeo, ma aveva anche contribuito a soffocarne la sirena con le fascinazioni individualiste fatte di romanticismo e pratiche predatorie così furbe e geniali da diventare quasi eroiche. Accadde così che, quando nel 2010 Oliver Stone ritornò sul suo personaggio, con il suo sequel “”, aldilà dell’esito comunque artisticamente più modesto e meno originale del predecessore, qualsiasi possibile allarme sui pericoli dell’alta finanza naufragava in una pellicola molto meno arrabbiata ed aggressiva, forse meglio fotografata, ma tutta incentrata solo sulla storia personale di Gekko. C’è tuttavia un momento in questo film, una piccola perla di cinico realismo e spirito libertario, che fa trapelare quale sia davvero la considerazione per il mondo della finanza da parte di Stone, ovvero quando fa fare una fugace apparizione al personaggio di Bud Fox, sempre interpretato da Martin Sheen, quello che nel primo film era stato il discepolo di Gekko ed anche quello che lo aveva consegnato alla giustizia: sono passati gli anni ed il bravo ragazzo è diventato uno squalo, completamente corrotto da quel mondo senza scrupoli. Per trovare un film che affronti di petto il problema della complice cecità di tutta Wall Street, di fronte ai suoi punti deboli, dobbiamo arrivare fino al 2011, quando la HBO decide di produrre “”, scritto da Andrew Ross Sorkin, avvocato, saggista ed editorialista finanziario per il New York Times.

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