Calcolo IVA su condividere proventi da negoziazione

La garanzia consortile e le regole di vigilanza prudenziale.

risulta essere l'olio vegetale più importato nel mondo occidentale a fronte del suo ampio e versatile impiego in ambito cosmetico, alimentare, energetico; i bassi costi di produzione, l'assenza di sapore e di odore e la grande produttività della palma da cui viene ricavato, risultano essere incentivi per un aumento della sua coltivazione nel Sud-est asiatico (dove ad ora si concentra circa il 90 per cento della produzione), in Africa e nell'America del sud, impattando interi ecosistemi ad alta biodiversità tanto da risultarne seriamente minacciati o completamente distrutti a causa della coltivazione della palma; la maggior parte delle piantagioni di palma da olio sono state sviluppate incendiando le foreste con conseguente danno ambientale e climatico. ); le monoculture di palma da olio sono accompagnate da deforestazione, erosione dei suoli, contaminazione delle acque e all'inserimento di specie vegetali e animali alloctone organismi infestanti tanto da essere causa della perdita dell'equilibrio ecologico delle aree interessate; i tentativi di certificazione della sostenibilità della filiera con vari marchi, tra i quali il Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO), non sono riusciti a ottenere una reale riduzione del tasso di deforestazione, e gli stessi marchi non garantiscono la provenienza del raccolto da piantagioni che non hanno causato deforestazione, ma ne certificano solo la «sostenibilità» a valle della catena produttiva, che va dall'olio estratto alla vendita; la perdita delle funzioni eco-sistemiche delle foreste tropicali danneggia irreparabilmente la possibilità di sussistenza delle popolazioni autoctone e indigene, private dell'accesso alla terra e alle risorse naturali, a vantaggio delle monocolture di palma. La principale espansione di queste piantagioni continua a dipendere dal drenaggio della torba per rendere possibile la coltivazione, rendendola un potente fattore di moltiplicazione incontrollata di incendi. Secondo il Forum Permanente sulle questioni indigene delle Nazioni Unite, 60 milioni di indigeni nel mondo corrono il rischio di perdere i mezzi di sussistenza e di conseguenza la possibilità di sopravvivenza alimentare a causa dell'espansione delle piantagioni, in violazione dei loro diritti e innescando migrazioni forzate nei territori prescelti; va considerata la dichiarazione del 2008 contro l'espansione delle coltivazioni di olio di palma, firmata da circa 300 associazioni in contestazione delle stesse certificazioni di sostenibilità stabilite nei criteri della RSPO, a fronte dello sradicamento dai propri territori o della riduzione in manovalanza a basso costo di un numero crescente di comunità rurali e popolazioni indigene (la cui sopravvivenza è direttamente legata all'uso sostenibile delle foreste), con conseguente perdita della loro identità culturale, autonomia e sovranità alimentare; si rilevano la pressione sulle popolazioni indigene e l'appropriazione delle loro terre in palese contrasto con la Convenzione per i popoli indigeni e tribali dell'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO 169), volta a stabilire i diritti delle suddette popolazioni, con particolare attenzione al diritto di proprietà delle terre che da secoli risultano essere funzionali alla loro stessa sussistenza; un numero crescente di studi scientifici avvertono sui rischi dell'olio di palma per la salute umana, tra cui: uno studio dell'Organizzazione mondiale della sanità, che dimostra come i principali acidi grassi (come acidi grassi saturi, l'acido miristico e l'acido palmitico) comportino un aumento del livello di colesterolo nel sangue, favorendo malattie cardiovascolari; uno studio del Center for Science in the Public Interest (CSPI), che conferma il fatto che l'olio di palma aumenti i fattori di rischio cardiovascolare, poiché l'acido palmitico è uno dei grassi saturi che più aumenta il rischio di coronaropatie; recenti studi, che dimostrano che l'acido palmitico infiamma le membrane cellulari, induce l'aterosclerosi e ha un ruolo chiave nella produzione di un fattore necrotico che è all'origine di tumori; uno studio dell'American Heart Association che consiglia di limitarne l'uso per le persone che devono ridurre il livello di colesterolo; nonché un recentissimo studio dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare in cui viene denunciato come nell'olio di palma siano contenute tre sostanze tossiche, di cui una genotossica e cancerogena, il glicidiolo, formatesi durante la raffinazione degli oli vegetali; la direttiva 2009/28/CE sulla produzione di energia da fonti rinnovabili introduce l'obbligo di utilizzo di biocarburanti; gli olii vegetali sono inoltre incentivati per la produzione di biocarburanti; nella comunicazione della Commissione europea del 19 giugno 2010 n. Le emissioni prodotte da tali incendi e dal degrado della torba hanno reso l'Indonesia il terzo Paese per emissioni di gas serra. 2010/C 160/02 sull'attuazione pratica del regime dell'Unione europea di sostenibilità per i biocarburanti e i bioliquidi è indicato che il termine bioliquido comprenda liquidi viscosi tra cui l'olio di palma; la crescita di 6 volte dei biocarburanti dal 2010 al 2014 in Europa è legata principalmente alla crescita dei consumi di olio di palma, con un ammontare di circa 3,5 miliardi di litri di olio di palma bruciati per il trasporto nel solo 2014; un recente studio dell'Unione europea rivela l'impatto climatico della produzione dell'olio di palma tre volte maggiore a quello dei fossili a causa della deforestazione e del drenaggio della torba del Sud-est asiatico, Africa ed America Latina, tanto da spingere la Commissione europea ad una prossima rielaborazione dei criteri di sostenibilità della Renewable Energy Directive (RED) per tutta la bioenergia compresi i bio-carburanti; le pressioni parlamentari – si consideri al proposito la mozione 1-00423 a prima firma del senatore Martelli, presentata in Senato in data 3 giugno 2015 – e le pressioni della società civile contro l'olio di palma sono in continuo aumento in tutto il mondo; il Governo italiano è firmatario delle seguenti convenzioni internazionali: Convezione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite (CDB) e Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene (UNDRIP), e pertanto si impegna a rispettare tali convezioni, dichiarazioni e standard internazionali nell'attuazione di politiche che tutelino l'ambiente, le comunità locali/autoctone e la diversità bio-culturale, impegna il Governo: ad adottare le iniziative volte a escludere l'energia elettrica prodotta mediante olio di palma dalla categoria delle fonti di energia rinnovabile («fer»); intraprendere iniziative volte ad introdurre il divieto dell'utilizzo dell'olio di palma come carburante puro o diluito per qualunque veicolo; a intraprendere le iniziative normative volte ad introdurre il divieto dell'utilizzo di olio di palma (in ogni sua forma) per la produzione di energia elettrica (anche in assetto cogenerativo); ad assumere iniziative per prevedere un'etichettatura addizionale per i prodotti alimentari che indichi chiaramente la presenza di oli tropicali (di palma o di palmisto o cocco) nelle preparazioni alimentari tesa a specificarne il danno per la salute umana; ad intraprendere iniziative normative volte ad introdurre, nel più breve tempo possibile, il divieto della vendita su tutto territorio nazionale e dell'importazione di prodotti contenenti oli tropicali (di palma o palmisto o cocco) a fini alimentari e cosmetici; ad intraprendere iniziative volte a stabilire il divieto dell'utilizzo dell'olio di palma o palmisto come ingrediente nelle preparazioni alimentari; ad assumere iniziative normative finalizzate alla sostituzione dell'olio di palma con olii che non siano nocivi per la salute umana e per l'ambiente e che incentivino le economie nazionali e i settori agricoli interessati (olio di semi di girasole, olio d'oliva, e altro); a mettere in atto le iniziative necessarie per pervenire in tempi brevi alla ratifica della convenzione sui popoli indigeni e tribali dell'Organizzazione internazionale del lavoro (convenzione ILO 169); ad attivarsi, nelle sedi comunitarie, per una moratoria immediata degli incentivi agli agro combustibili e all'agro energia prodotta da mono-colture estensive di palma da olio, nonché per le importazioni di olio di palma. Secondo il rapporto congiunto della Banca mondiale e del Governo britannico, il disboscamento indonesiano sarebbe responsabile del rilascio in atmosfera di 2,563 Mt CO2e (milioni di tonnellate equivalenti di biossido di carbonio); secondo il rapporto Fao sulle foreste del 2015, l'Indonesia ha perduto una media di un milione di ettari annui negli ultimi 25 anni, ossia da quando è esploso il della palma da olio (deforestazione media tra il 1990 e il 2015: 1.101.400 ha ogni anno, Global Forest Resources Assessment 2015); la riduzione del fenomeno di evapotraspirazione, dovuto alla distruzione della copertura forestale, è causa della variazione del regime pluviometrico a scala sovranazionale, rischiando di compromettere l'andamento della produttività dei suoli agricoli; il degrado della torba comporta il fenomeno della subsidenza del suolo, alla velocità media di 5 cm annui, rendendo vaste estensioni di terreno prone a inondazione e portando in circolo suoli solfati acidi che rappresentano una minaccia per l'agricoltura (Hooijer A, R. (1-01310) «Busto, Daga, De Rosa, Mannino, Micillo, Zolezzi, Vignaroli, Tripiedi, Ciprini, Cominardi, Gagnarli, Paolo Nicolò Romano, Liuzzi, De Lorenzis, Manlio Di Stefano, Sibilia, Spadoni, Grande, Di Battista, Del Grosso, Fraccaro, Scagliusi, Spessotto, Dieni, Fico, Villarosa, Alberti, Dall'Osso, Sorial, Marzana, Massimiliano Bernini, Brugnerotto, Crippa, Vallascas, Nesci, Parentela, Caso, Grillo».

Subappalto senza autorizzazione della PA i contratti di 'nolo a.

La Camera, premesso che: la dotazione iniziale dei fondi strutturali 2014-2020 assegnata agli Stati membri dell'Unione europea era stata effettuata, a suo tempo sulla base delle previsioni di crescita del prodotto interno lordo disponibili nel 2012. Il regolamento in materia prevedeva poi che nel 2016 fosse verificata la crescita effettiva nel biennio 2014-2015 e, al termine di tale verifica, sarebbe emerso che in tre Paesi, Italia, Spagna e Grecia, la divergenza tra crescita prevista è crescita effettiva sarebbe stata addirittura superiore al 5 per cento; lo stesso regolamento prevedeva la costituzione di una sorta di «tesoretto», una somma che l'Unione europea ha tenuto da parte per compensare proprio eventuali divergenze e quindi aiutare con un ulteriore dotazione aggiuntiva di fondi, i Paesi che, come l'Italia, hanno registrato i tassi di crescita peggiore nell'Unione europea; in base alle stime effettuate dalla commissione europea, all'Italia spetterebbero risorse aggiuntive per 1,4 miliardi di euro (su un totale di 4 miliardi) che si sommano ai 42,4 (più 31 di cofinanziamento nazionale) assegnati al nostro Paese per il periodo 2014-2020; tali risorse, la cui destinazione su obiettivi e programmi da privilegiare va stabilita dal Governo d'intesa con la Commissione europea, dovrebbero essere assegnate a fine giugno 2016, e potranno essere spese dal 2017 al 2020 per finanziare i programmi operativi regionali e nazionali in corso; è evidente che obiettivo della Unione europea nel prevedere questo «tesoretto» è quello di sostenere i Paesi che hanno difficoltà a crescere e che, quindi, meritano risorse aggiuntive per essere sostenuti nel processo di superamento del Ed è altrettanto evidente, di conseguenza, che il Governo italiano dovrà perseguire lo stesso obiettivo e, quindi, destinare l'intera somma aggiuntiva di 1,4 miliardi di euro alle regioni dell'Obiettivo 1, quindi alle regioni del Sud; la somma di cofinanziamento nazionale prevista non è uguale per tutti i programmi e su alcuni è addirittura pari a zero, impegna il Governo, a rispettare la e gli obiettivi del regolamento dell'Unione europea sui fondi strutturali e, in coerenza con esso, a destinare la somma aggiuntiva di 1,4 miliardi di euro alle regioni dell'Obiettivo 1; a privilegiare, nell'individuazione dei progetti e dei programmi su cui incrementare i finanziamenti, quelli che richiedono un tasso di cofinanziamento nazionale più basso o pari a zero, onde evitare problemi di copertura; ad utilizzare parte delle risorse, a partire dal 2017, per finanziare l'esonero contributivo del 100 per cento per le aziende che assumono a tempo indeterminato, misura prevista nella legge di stabilità 2016, ma non attuata; ad assumere iniziative per incrementare il fondo di dotazione finanziaria per il credito d'imposta, previsto nella legge di stabilità per il periodo dal 2016 al 2019, ma con risorse risicate; ad assumere iniziative per incrementare le somme stanziate per le politiche giovanili che, in coerenza con la grande sensibilità dell'Unione europea su questi temi, sono a «cofinanziamento zero», come ad esempio borse di studio, dottorati di ricerca, corsi di specializzazione e altro; ad assumere iniziative per prevedere, trattandosi di risorse straordinarie, uno stanziamento » prodotto dall'Ocse, solo il 42 per cento degli italiani inizia gli studi universitari, valore che è il più basso in Europa (a parte il Lussemburgo che non ha università) e il penultimo nell'Ocse (davanti solo al Messico), a fronte di una media europea del 63 per cento e di valori massimi che superano l'80 per cento; gli studenti universitari italiani dovrebbero, quindi, aumentare almeno di metà anche solo per raggiungere la media europea, addirittura raddoppiare per raggiungere i Paesi europei più avanzati; secondo il medesimo rapporto, l'Italia, per percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni, occupa adesso l'ultimo posto nell'Ocse con il 24 per cento (dopo essere stata a lungo penultima davanti alla Turchia), a fronte di una media europea del 39 per cento; il numero dei laureati italiani dovrebbe, quindi, aumentare di oltre il 60 per cento per raggiungere la media europea, mentre l'obiettivo del 40 per cento fissato da «Europa 2020» è ormai del tutto irraggiungibile per il nostro Paese; la percentuale di laureati italiani scende poi al 17 per cento nella fascia 25-64 anni, di nuovo la più bassa nell'Ocse, e, se si analizza il dato su base regionale come ha fatto il gruppo di ricerca coordinato da Gianfranco Viesti nel suo recente rapporto «Università in declino» pubblicato da Donzelli nel 2016, si vede che ai valori più alti (20 per cento) toccati dal Lazio, comunque pur sempre ben lontani dalla media europea, vi sono valori inferiori addirittura al 14 per cento in Puglia e in Sicilia, dello stesso ordine di quelli di Cina, Indonesia o Sudafrica; nemmeno l'andamento recente delle immatricolazioni induce a ben sperare, poiché, come già evidenziato dal Consiglio universitario nazionale sin dal 2013 e come documentato un mese fa dal XVIII rapporto Almalaurea appena pubblicato, dopo l'aumento registratosi dal 2000 al 2003, legato soprattutto al rientro nel sistema universitario di fasce di popolazione adulta dopo la riforma dell'ordinamento degli studi nel 1999, si è verificato un vistoso calo del 20 per cento dal 2003 al 2015 (in valori assoluti si sono perse circa 70.000 matricole), solo in piccola parte mitigato dal leggero aumento del 2 per cento registrato nell'ultimo anno accademico; il dato delle immatricolazioni è anch'esso molto differenziato tra le regioni: infatti, il calo di matricole tocca il –30 per cento al Sud, il –22 per cento al Centro ed è pari solo al –3 per cento al Nord; del resto anche il rapporto di Viesti valuta che circa i due terzi delle matricole mancanti abitino nel Meridione e nelle Isole, mentre, in valori assoluti, le università campane e quelle siciliane hanno avuto 6.500 matricole in meno tra il 2009 e il 2013, 5.000 in meno quelle pugliesi; tali dati evidenziano, tra l'altro, un accresciuto flusso di giovani meridionali che vanno a studiare nelle università del Centro-nord: il citato rapporto Viesti evidenzia che al Sud la mobilità riguarda il 28,9 per cento degli immatricolati, di cui 4 su dieci si spostano al Nord e altri 4 al Centro: sono circa 29.000 ogni anno i giovani meridionali in mobilità per l'università, fenomeno importante associato con una mobilità interna al Mezzogiorno assai contenuta e con un flusso in uscita dalla circoscrizione a cui non corrisponde un flusso in entrata; la mobilità studentesca non è di per sé un fenomeno negativo quando consente ai giovani di esprimere al meglio le proprie capacità in sedi e tipologie di studi che ritengono più consone alle loro aspirazioni, ma nel nostro Paese si sta trasformando in una vera e propria emigrazione intellettuale senza ritorno, generando da una parte una perdita per le regioni di uscita in termini di capitale umano, dall'altra un trasferimento di reddito a favore delle regioni di entrata per le spese sostenute dalle famiglie per il mantenimento dei figli fuori sede; la scelta del trasferimento fuori sede per gli studi universitari dipende da più fattori; in particolare, da una più elevata capacità attrattiva di singoli atenei centro-settentrionali, soprattutto della Lombardia e dell'Emilia Romagna, anche per la maggiore qualità della vita nelle città universitarie, nonché dalle maggiori prospettive occupazionali nei mercati del lavoro del Nord, mentre assai limitata risulta l'attrattività delle università meridionali; il sopra citato rapporto Almalaurea, relativamente ai laureati magistrali a 5 anni dal conseguimento del titolo, evidenzia che, tra i residenti nel Nord Italia, l'88 per cento ha svolto gli studi universitari e attualmente lavora nella propria area di residenza, mentre l'unico flusso uscente di una certa consistenza (7 per cento) dipende dal trasferimento all'estero; invece, tra i laureati di origine nell'Italia meridionale, il 53 per cento ha trovato lavoro al Nord, mentre solo l'11 per cento di chi si è laureato al Nord rientra dopo gli studi nella propria regione di origine; dati sostanzialmente simili riguardo alla mobilità interregionale durante gli studi universitari sono stati ricavati anche da un gruppo di ricerca guidato da Pasqualino Montanaro, ricercatore presso la Banca d'Italia, utilizzando l'Anagrafe nazionale degli studenti universitari nell'ambito del progetto ACHAB (), gestito da un consorzio di enti pubblici o privati senza fini di lucro e finanziato dall'Unione europea; il basso numero di studenti e laureati italiani dipende anche da un inefficace sistema di orientamento pre-universitario: il rapporto ANVUR 2016 sullo stato del sistema universitario, presentato il 24 maggio 2016, certifica un tasso di abbandoni che tocca il 38,5 per cento a dieci anni dall'immatricolazione e soprattutto che tocca il 19,6 per cento a soli due anni dall'immatricolazione (abbandoni precoci), anche se si registra un piccolo miglioramento rispetto al rapporto 2014; lo stesso rapporto evidenzia che il tasso di abbandoni precoci è maggiormente concentrato tra i diplomati degli istituti tecnici e professionali e tra gli studenti del Meridione e delle Isole; tra le ragioni che spiegano il basso numero di studenti e di laureati deve sicuramente annoverarsi anche il limitato impegno nazionale nel campo del diritto allo studio universitario anche se deve essere registrato positivamente il recente e molto significativo aumento dello stanziamento statale che è passato dai 162 milioni del 2015 ai 2: infatti, nel 2014/2015 solo l'8,2 per cento degli studenti italiani ha ottenuto la borsa di studio solo il 10,3 per cento è stato destinatario di un qualche intervento di diritto allo studio, a fronte di valori superiori al 30 per cento in Francia, Inghilterra e Svezia, superiori addirittura all'80 per cento in Olanda, Danimarca, Finlandia; è ancora purtroppo sussistente la categoria degli idonei non beneficiari, cioè studenti valutati come idonei, per ragioni di reddito e di merito, a ottenere la borsa di studio ma che non la ricevono per mancanza di fondi, categoria di cui fa parte circa un quarto degli idonei (oltre 45.000 studenti); anche sotto questo aspetto si registrano notevoli differenze a livello regionale: la percentuale di idonei non beneficiari è inferiore al 10 per cento in tutte le regioni del Nord e del Centro, salvo Piemonte e Lazio, mentre è superiore al 40 per cento in Piemonte, Campania, Calabria, Sardegna, con un picco negativo di oltre il 65 per cento in Sicilia; eppure la borsa di studio si dimostra strumento abbastanza efficace: come mostra una ricerca condotta dall'Osservatorio regionale del Piemonte sotto la guida di Federica Laudisa, i borsisti abbandonano gli studi universitari il 13 per cento di volte in meno dei non borsisti e conseguono in media 13 crediti formativi in più ogni anno rispetto ai non borsisti; anche sul fronte delle contribuzioni alle università da pagare da parte degli studenti (le cosiddette tasse universitarie), le università italiane si dimostrano alquanto esose con i loro studenti: per entità delle tasse pagate dagli studenti, l'Italia è al terzo posto in Europa dopo la Gran Bretagna e l'Olanda, con poco meno di 2.000 euro annui in media, mentre in molti Paesi europei, tra cui la Germania e tutte le nazioni scandinave, l'istruzione universitaria è gratuita o quasi; il risultato è che nel nostro Paese le condizioni economiche e culturali delle famiglie di origine pesano molto più che in altri sul successo scolastico e sul reddito dei figli: ad esempio, il rapporto annuale dell'ISTAT valuta che il livello professionale del capo famiglia e la proprietà della casa di abitazione porta ai figli un vantaggio reddituale del 14 per cento in Italia a fronte dell'8 per cento in Francia, mentre il figlio di un genitore laureato dispone in Italia di un reddito mediamente superiore del 29 per cento al figlio di genitori con la licenza media; riguardo, infine, all'efficacia sociale di possedere un titolo di studio universitario, non solo i laureati hanno una speranza di vita maggiore di 3,8 anni rispetto a chi ha raggiunto solo la licenza media, ma, nonostante la lunga crisi economica globale, hanno ancora oggi occasioni di occupazione e livello di reddito ben maggiori dei diplomati; ad esempio, il rapporto annuale dell'ISTAT certifica che nel 2007 la disoccupazione nella fascia 25-34 anni era del 9,5 per cento tra i laureati ma del 13,1 per cento tra i diplomati, mentre nel 2014 (dopo sette anni di crisi) ambedue le percentuali erano molto cresciute attestandosi al 17,7 per cento per i laureati, ma ben al 30 per cento per i diplomati; dati simili sono forniti anche dal XVIII Rapporto Almalaurea che indica nel 67 per cento il tasso di occupazione dei laureati magistrali a un anno dal conseguimento del titolo, in piccola ripresa dopo la lunga crisi che lo ha fatto scendere dall'82 per cento del 2008 al 66 per cento del 2014; il XXI rapporto sulle retribuzioni, pubblicato recentemente dal gruppo privato «OD&M Consulting», mostra altresì che il neolaureato in ingresso guadagna di più di un lavoratore senza laurea con alle spalle già 3-5 anni di anzianità; inoltre, il titolo di laurea mitiga anche il differenziale retributivo tra uomini e donne rispetto a quello presente tra i non laureati; i dati esposti nelle premesse, provenienti da agenzie internazionali e da accurate ricerche, acclarano dunque il fatto che l'Italia soffre di un serio ritardo nella diffusione della formazione universitaria nella popolazione, sia in generale, sia nella fascia più giovane, e che non si registrano purtroppo segnali di inversione di tendenza e di recupero; gli stessi dati evidenziano ancora una volta il profondo divario sociale ed economico che caratterizza le regioni italiane: a pagare il prezzo più elevato di questo depauperamento di capitale umano sono le regioni del Mezzogiorno, continentali e insulari, dove si registra la diminuzione più marcata di immatricolati e i flussi più significativi di mobilità giovanile unidirezionale verso le altre regioni, ma non mancano segni di difficoltà anche nelle aree interne e marginali del Settentrione e del Centro; nonostante la ripresa sia stata finalmente agganciata dopo la lunga crisi globale, grazie alle politiche del Governo sul mercato del lavoro e ad altre specifiche scelte di natura sociale ed economica per incrementare la domanda interna, occorre anche tener conto che la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentata nel primo decennio del secolo e quindi sembra opportuno realizzare interventi redistributivi che incidano, in particolare, sui meccanismi che conducono alla formazione dei redditi primari e, quindi, aiutino gli individui a dotarsi di capacità meglio remunerate sul mercato del lavoro, come, ad esempio, tutte le politiche dell'istruzione; ciò che è stato realizzato nell'ambito scolastico con gli ingenti investimenti e le riforme messe in campo dalla legge n. 1, deve ora essere esteso alla formazione post-secondaria, in quanto conseguire un titolo di studio superiore non solo permette di realizzare l'apprezzabile obiettivo di una società forte di competenze di cittadinanza, competitiva e dinamica, ma porta evidenti vantaggi ai singoli cittadini interessati; occorre, dunque, rimuovere gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di quest'obiettivo, agendo sia sul lato del diritto allo studio che su quello della contribuzione universitaria per dare supporto alle famiglie di studenti universitari che devono affrontare i costi degli studi: la gracilità degli attuali sistemi determina una perdita netta di talenti e di opportunità, individuali e per l'intero Paese, e perpetua l'immobilità sociale ed economica, la rigidità delle rendite di posizione e la sclerosi delle corporazioni di cui soffre l'Italia; in questo ambito, una particolare attenzione deve essere rivolta alle sperequazioni esistenti tra le diverse aree territoriali del Paese, a danno soprattutto delle regioni meridionali e delle aree interne e marginali, che sono probabilmente tra le cause delle gravi difficoltà economiche e sociali di queste aree e della loro maggiore difficoltà di ripresa; a seguito dell'entrata in vigore delle norme del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 1, lo Stato dispone adesso di uno strumento raffinato ed efficace, l'indicatore della situazione economica equivalente o ISEE, per valutare il reddito e il patrimonio di chi richiede di accedere alle prestazioni sociali, in particolare delle famiglie degli studenti universitari, ai quali è specificamente destinato l'articolo 8 del sopra citato provvedimento; a seguito dell'entrata in vigore del decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca n.

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Contenuto della nota integrativa - Informazione giuridica. Tutto.

8, è entrato in funzione nel 2015 uno strumento introdotto dalla legge n. 2, cioè il costo per studente, che è certamente un metodo molto innovativo e trasparente per ripartire una parte della quota base del fondo di finanziamento ordinario delle università statali, metodo certamente da consolidare e potenziare dopo aver provveduto ad individuare e a correggere gli aspetti che si fossero rivelati più deboli rispetto agli obiettivi e alle prescrizioni della legge; tra gli aspetti del costo l'addendo perequativo, che dovrebbe essere per legge commisurato ai differenti contesti economici, territoriali e infrastrutturali in cui opera l'università, ma che nel 2015 ha pesato per una percentuale minima sul costo la dimensione delle classi ottimali, uniforme in tutta Italia in modo indipendente dai territori e quindi dalle diverse densità di popolazione e disponibilità di infrastrutture per la mobilità e l'ospitalità degli studenti, che si riflette pesantemente sul finanziamento assegnato alle università con corsi di studio di dimensioni sub-ottimali, impegna il Governo: ad assumere iniziative per stabilizzare definitivamente il fondo integrativo per il diritto allo studio al valore stanziato per il 2016 dall'ultima legge di stabilità, come primo passo per consolidare il diritto allo studio universitario e per garantire la borsa di studio a tutti gli idonei, con l'obiettivo di una crescita graduale del fondo per raggiungere almeno i valori medi europei; ad adottare quanto prima, superando la normativa pregressa che risale al 2001, il decreto ministeriale previsto dall'articolo 7, comma 7, del decreto legislativo n. , con un duplice obiettivo: da un lato, aggiornare e rendere maggiormente omogenei a livello nazionale i requisiti di merito dello studente e di reddito e patrimonio della famiglia (cioè il valore ISEE) per accedere alle prestazioni del diritto allo studio universitario; da un altro lato, stabilire i criteri di ripartizione del fondo integrativo statale sulla base dei fabbisogni regionali e rendere altresì vincolante per le regioni lo stanziamento di risorse proprie, oltre al gettito della tassa regionale per il diritto allo studio, in misura pari ad almeno il 40 per cento del fondo integrativo ricevuto, come già stabilito dall'articolo 18, comma 1, del sopra citato decreto legislativo; a valutare l'opportunità di intraprendere — nel rispetto dell'autonomia delle università statali — iniziative normative volte a modificare la disciplina attualmente vigente sulla contribuzione studentesca alla università statali stabilendo un'area di reddito entro cui lo studente sia esente dal pagamento della contribuzione (fascia ) per tutti gli studenti con ISEE al di sotto di una determinata soglia, garantendo al tempo stesso un adeguato ristoro delle minori entrate delle università; ad assumere iniziative per disporre che, relativamente alle regioni dell'ex-obiettivo convergenza, una quota del fondo di sviluppo e coesione previsto dal decreto legislativo n. sia destinata alle università a parziale compensazione del basso gettito che deriva loro da una più vasta platea di studenti che non pagano contribuzioni o pagano importi molto ridotti per ragioni di basso reddito familiare; a stabilizzare su base pluriennale le cifre e i criteri di allocazione e di ripartizione del fondo di finanziamento ordinario delle università statali, al fine di consentire agli atenei una migliore programmazione delle risorse finanziarie sulla base di obiettivi nazionali condivisi e noti ; a valutare la possibilità di aggiornare il modello di calcolo del costo standard dello studente, in particolare per quanto riguarda: l'addendo perequativo, per tener meglio conto, come prescrive la legge n.

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2; dei «differenti contesti economici, territoriali e infrastrutturali» in cui operano le università; il numero di studenti (regolari, in ritardo e ) da ponderare con maggiore gradualità; le dimensioni ottimali dei corsi di studio articolandole rispetto alle classi di corsi di laurea, ai contesti territoriali e alle tipologie di studenti; ad adottare idonee iniziative per garantire, almeno a livello regionale, la presenza di corsi di studio in grado di soddisfare le diverse esigenze culturali e di formazione degli studenti, con particolare riferimento ad ambiti scientifici specialisti o settoriali, alle tradizioni disciplinari e alle vocazioni territoriali; ad assumere iniziative, per quanto di competenza, per ampliare e pluralizzare l'offerta formativa universitaria e per rafforzare le attività di orientamento pre-universitario per contrastare il fenomeno del calo delle iscrizioni e soprattutto degli abbandoni precoci, con particolare riguardo agli studenti del Mezzogiorno e tenendo anche conto delle caratteristiche e delle aspirazioni dei diplomati degli istituti tecnici e professionali. (1-01312) «Ghizzoni, Pisicchio, Vezzali, Santerini, Buttiglione, Coscia, Molea, Covello, Dallai, Piccoli Nardelli, Ascani, Blazina, Bonaccorsi, Carocci, Coccia, Crimì, D'Ottavio, Iori, Malisani, Malpezzi, Manzi, Narduolo, Pes, Rampi, Rocchi, Sgambato, Ventricelli, Vico, Paola Boldrini, Iacono, Binetti». 124, recante: «Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche», delega il Governo ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della stessa legge, agosto 2016, uno o più decreti legislativi per modificare la disciplina della Presidenza del Consiglio dei ministri, dei Ministeri, delle agenzie governative nazionali e degli enti pubblici non economici nazionali; tra i principi e criteri direttivi da rispettare nell'esercizio della delega, con riferimento all'amministrazione centrale e a quella periferica, vi sono le modificazioni agli ordinamenti del personale delle forze di polizia, in aderenza al nuovo assetto funzionale e organizzativo, anche attraverso la revisione della disciplina in materia di reclutamento, di stato giuridico e di progressione in carriera tenendo conto del merito e delle professionalità, nell'ottica della semplificazione delle relative procedure, prevedendo l'eventuale unificazione, soppressione ovvero istituzione di ruoli, gradi e qualifiche e la rideterminazione delle relative dotazioni organiche, comprese quelle complessive di ciascuna forza di polizia, in ragione delle esigenze di funzionalità e della consistenza effettiva alla data di entrata in vigore della presente legge, ferme restando le facoltà assunzionali previste alla medesima data, nonché assicurando il mantenimento della sostanziale equiordinazione del personale delle forze di polizia e dei connessi trattamenti economici, anche in relazione alle occorrenti disposizioni transitorie, fermi restando le peculiarità ordinamentali e funzionali del personale di ciascuna forza di polizia; il comma 4, dell'articolo 7, del decreto-legge n. , reca una novella all'articolo 1, comma 5, della legge delega per la revisione dello strumento militare (legge n. 2), aggiungendo la previsione in base alla quale una quota parte non superiore al 50 per cento dei risparmi di spesa di parte corrente di natura permanente derivanti da tale revisione, deve essere impiegato per adottare ulteriori disposizioni integrative entro il 1 luglio 2017, al fine di assicurare la sostanziale equiordinazione delle Forze armate e delle forze di polizia; il tema del riordino delle carriere è uno dei temi più importanti per gli appartenenti alle forze del comparto sicurezza-difesa, impegnano il Governo: ad aprire un confronto diretto con i rappresentanti del comparto sicurezza-difesa; ad assumere iniziative normative volte: ad affrontare il problema dell'allineamento delle distinte deleghe tra Forze armate e forze di polizia, in modo da permettere una effettiva equiordinazione tra gli operatori dei diversi comparti rispettando il principio di specificità del settore, premesso che: il 18 maggio 2016, si è tenuta alla Farnesina la Prima Conferenza Ministeriale Italia – Africa, organizzata dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, in collaborazione con l'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI). La conferenza ha riunito a Roma i governi di oltre 50 Paesi africani, i loro rappresentanti permanenti presso l'Onu a New York e i responsabili di circa 15 tra organizzazioni internazionali del sistema delle Nazioni Unite e organizzazioni regionali; la Conferenza ha messo sul tavolo argomenti centrali per l'Africa, come la sostenibilità economica e socio-ambientale, le migrazioni, la pace e la sicurezza. Dal punto di vista dei africani, il tema più sentito è quello della cooperazione economica; durante la Prima conferenza ministeriale Italia – Africa il Presidente del Consiglio dei ministri ha dichiarato «Abbiamo nostalgia del futuro perché vediamo l'Africa non come una minaccia, ma come la più grande opportunità per l'Europa. A noi questo rapporto preme non solo per una questione etica e di giustizia. Ma anche per una visione politica e strategica.[...] «Chi pensa di risolvere costruendo muri non si accorge che sta solo imprigionando se stesso. Dobbiamo fare di più, innanzitutto a livello economico.

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